ARTE BAROCCA · CARAVAGGIO & CARAVAGGISTI · DAILY ART

Il primo Matteo, storia di un Caravaggio perduto

San Matteo Evangelista è uno dei quattro autori dei vangeli accettati dalla tradizione ufficiale della Chiesa. Fu dapprima un pubblicano e, dopo la chiamata di Cristo, divenne uno dei suoi discepoli. Secondo san Gerolamo la sua testimonianza sulla vita di Gesù, il “Vangelo secondo Matteo”, sarebbe stata redatta in ebraico intorno al 70 d.C. Tuttavia oggi gli studiosi sono quasi concordi nell’affermare che il suo testo sarebbe ascrivibile ad un autore anonimo, che per comodità pratica si continua a chiamare Matteo. Uno dei suoi attributi iconografici è sempre stato un uomo alato, che gli inspira la scrittura del vangelo o ne guida la mano sulla pagina.

Proprio questa scena fu quella rappresentata da Michelangelo Merisi da Caravaggio nella prima versione della pala d’altare commissionata dagli eredi del cardinale francese Matthieu Cointerel (italianizzato in Matteo Contarelli) per la sua cappella nella chiesa nazionale di Francia a Roma, la chiesa di San Luigi dei Francesi. Grazie alla sponsorizzazione del cardinal Francesco Maria del Monte, suo patrono, Caravaggio ottenne la sua prima commissione pubblica proprio dagli eredi del cardinale, che il testamento obbligava a far completare i lavori della cappella, ormai in atto da decenni. All’artista lombardo erano richiesti, con contratto siglato alla presenza del cardinal Del Monte e del marchese Vincenzo Guistiniani – che fungevano da garanti – due dipinti monumentali, aventi per soggetto scene della vita del santo evangelista: la “Vocazione” e il “Martirio”. Le grandi tele, dopo diverse difficoltà di ordine tecnico e iconologico, furono finalmente installate nella cappella nell’autunno del 1600. Tuttavia, dopo appena due anni, il completamento del programma decorativo non poteva dirsi concluso. Mancava infatti una scultura marmorea raffigurante “San Matteo e l’angelo”, commissionata allo scultore fiammingo Jacques Cornelisz Cobaert – conosciuto in Italia come il Copé – nel 1587 e non ancora consegnata.

Cobaert, di origini olandesi, si trasferì a Roma negli anni settanta del Cinquecento, dove si stabilì presso la bottega del celebre scultore Guglielmo della Porta. Si guadagnava da vivere facendo il modellista per orefici, marmisti ed intagliatori d’avorio1, e non lasciò grandi sculture alla posterità se non il San Matteo, quella che avrebbe dovuto trovare posto nella cappella Contarelli. Il gruppo scultoreo fu commissionato il 23 novembre 1578 da Virgilio Crescenzi, erede del cardinale Contarelli, con la prospettiva di poter visionare l’opera finita entro il 1582. Il Copé, tuttavia, lavorò alla scultura della cappella in gran segreto, lasciandola anzi incompiuta alla sua morte nel 1615. Giovanni Baglione, pittore e biografo di artisti, ricorda nelle sue Vite che Cobaert “dimorò a far questa statua tutto il tempo di sua vita, non lasciandola mai vedere a persona veruna, né sapendone cavar le mani, come quegli, che non avea pratica del marmo, e non volea pigliar consiglio o aiuto da alcuno…”2. Baglione dimostra poca simpatia nei confronti dello scultore, e ne tratteggia una personalità nevrotica ed ossessiva. Naturale conseguenza di questo modo di vivere fu il riflesso che vi fu nelle sue opere, poiché ancora nel secolo scorso (1963) il critico Rudolf Wittkower ne ricordava la scarsità formale definendola “opera nervosa, strana e priva d’ispirazione”3. Lo stesso biografo contemporaneo, a propostito della presentazione della scultura agli eredi del cardinale, dopo la morte del Copé, ricorda come “li Contarelli, quando il videro, pensando, che fosse opera divina, o miracolosa, e ritrovandola una seccaggine, no’l vollero nella lor cappella di S. Luigi”4.  Una volta terminato allo scultore Pompeo Ferrucci (c. 1566-1637), il San Matteo fu collocato nella chiesa della Trinità dei Pellegrini.

Cobaert, Jacob Cornelisz e Ferrucci, Pompeo, San Matteo e l’angelo | Chiesa della Trinità dei Pellegrini, Roma | Foto: Scala, Firenze

Ma torniamo a Caravaggio.
Il 7 febbraio del 1602 gli eredi Contarelli affidarono a Caravaggio la realizzazione di un dipinto raffigurante il medesimo soggetto. Il testamento del cardinale, richiedeva infatti una pala alta 14 palmi e larga 17 con: “San Matteo in sedia con un libro o, volume, come meglio parera, nel quale mostri o di scrivere o voler scrivere il vangelio et a canto a lui l’angelo in piedi maggior del naturale in atto che paia di ragionare o in altra attitudine.” Per la realizzazione dell’opera Caravaggio optò nuovamente per la tecnica dell’olio su tela.
Il santo siede su una sedia di legno con le gambe accavallate, non curandosi del suo mantello che tocca il pavimento, bensì tutto preso nella scrittura del suo vangelo. E’ qui la principale innovazione del Caravaggio: Matteo non sembra rispondere ai suoi canoni iconografici, che lo rappresentavano sempre come un individuo autorevole e devoto, ma ricorda piuttosto un vecchio popolano – se non addirittura un contadino -, con la pelle rugosa e i lineamenti bruciati dal sole; con le braccia massicce, le gambe dure e i piedi induriti dal terreno.

Il San Matteo in una foto d’epoca in bianco e nero

Alla sua sinistra un delicato angelo dalle forme androgine conduce la sua mano sulla pagina, provocando in lui uno stupore mai visto prima nella pittura sacra. Sembra infatti che Matteo sia terrorizzato da quanto stia avvenendo, e che possa scrivere solo grazie alla guida dell’essere celeste, senza la quale pare non possa nemmeno impugnare la penna. Viene a crearsi così l’idea di un santo quasi analfabeta, che soltanto grazie all’intercessione divina – e non all’inspirazione – può portare a compimento la sua opera. Un santo che ha una possenza fisica da tale da rasentare un aspetto scultoreo, forse inserto consapevole di Caravaggio, che sapeva di dover rimpiazzare una scultura.
Una volta presentata l’opera alla Congregazione di San Luigi dei Francesi, questa venne prontamente rifiutata, anche se non ne conosciamo con esattezza le motivazioni; Giovanni Pietro Bellori sostiene che il dipinto non venne accettato perché: “Terminato il quadro di mezzo di San Matteo e postolo su l’altare, fu tolto via dai preti, con dire che quella figura non aveva decoro, né aspetto di Santo”; dunque bisognerebbe ascrivere le ragioni del rifiuto all’aspetto che Caravaggio aveva attribuito all’evangelista. Ma su queste informazioni la critica non è concorde. Roberto Longhi, ad esempio, sostiene che il mancato successo di questa prima versione sarebbe dovuta alle dimensioni ridotte della pala, che male si sarebbero adattate con le tele parietali, ben più grandi e monumentali; per di più, Matteo viene guidato da un angelo sceso in terra, e quindi quasi da un intervento materiale piuttosto che divino.

Ricostruzione digitale dei colori del San Matteo | Foto: finestresullarte.it

Per Maurizio Marini il rifiuto sarebbe spiegabile per una causa simile: difatti l’evangelista conserverebbe tutto il suo terreno stupore, senza abbandonarsi all’estasi mistica, se non dichiarata, sempre suggerita nelle rappresentazioni pittoriche. In un saggio dedicato all’analisi dei motivi del rifiuto dell’opera, Luigi Spezzaferro ha invece proposto un’ipotesi suggestiva: il “San Matteo” sarebbe stato soltanto un dipinto provvisorio, dedito ad ornare un altare provvisorio costruito nella cappella Contarelli per permettere la celebrazione delle funzioni liturgiche durante lo svolgimento dei lavori. Ma in questo modo sposterebbe la cronologia dell’opera al 1599, mentre invece alcuni documenti, come le ricevute di pagamento emesse dal falegname a cui Caravaggio si rivolse per le cornici dei dipinti Contarelli (emesse nel settembre 1602 e nel febbraio 1603) lasciano suppore la coesistenza di entrambe le versioni del San Matteo.
Per di più la prova cronologica schiacciante è il contratto di commissione, datato 7 febbraio 1602. Ciò che però è certo, al di là di ogni possibile speculazione, è che la prima versione del San Matteo fu consegnata il 23 maggio del 1602, giorno di Pentecoste; Caravaggio ha dunque impiegato circa quattro mesi per la sua realizzazione. Il nuovo “San Matteo”, quello definitivo – che si trova ancora in loco – venne consegnato prima del  22 settembre dello stesso anno, quando il falegname fatturò le spese per la cornice e l’opera è già stata posizionata.

Confronto tra la prima e la versione definitiva del San Matteo | Foto: studiarapido.it


La prima versione fu comunque acquistata da Vincenzo Giustiniani, nella cui collezione figura in un inventario del 1638, ricordato come: “Un quadro grande di S. Matteo con l’Angelo che l’insegna figure intiere dipinto in tela alto palmi 10 e mezzo, largo palmi 8 e mezzo in circa di mano di Michelang.o Merisi da Caravaggio con sua cornice negra”.
Lo stesso Baglione, più asciutto nel raccontare la vicenda del rifiuto, ricorda che: “Il quadro d’un certo s. Matteo, che prima avea fatto per quell’altare di S.Luigi, e non era veruno piacciuto, egli [il marchese Giustiniani, NdA] per esser’ opera di Michelagnolo, se ‘l prese”5.
Circa due secoli dopo, nel 1815, venne venduto dagli eredi Giustiniani al Kaiser Frederich Museum di Berlino, nelle cui collezioni rimase fino al 1945, quando l’incendio della Flakturm Friedrichshain lo distrusse insieme a buona parte delle raccolte del museo, tra cui figuravano altri due dipinti del Caravaggio (il “Ritratto di cortigiana” e “Cristo nell’orto degli ulivi”). Per poterlo studiare e conoscere, oltre ai documenti d’archivio, ci rimangono solo alcune fotografie in bianco e nero, oggi restaurate digitalmente per restituirne i colori originali.

di Pasquale Di Nota

NOTE

(1) In Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno. La figura dell’artista dall’antichità alla Rivoluzione francese, p. 92

(2) e (3) Id.

(4) In Luigi Ficacci, Jacob Cornelisz Cobaert in Dizionario biografico degli italiani. Volume 26.

(5) In AA.VV., Vite di Caravaggio, p. 65

(6) Questo articolo è una versione corretta ed ampliata del Daily art / n. 14 pubblicato sulla nostra pagina Facebook il 23 settembre 2019

Bibliografia

AA.VV., Vite di Caravaggio. CasaDeiLibri Editore, 2010

Andrew Graham-Dixon, Caravaggio. Vita sacra e profana. Mondadori, Milano, 2010

Luigi Ficacci, Jacob Cornelisz Cobaert in Dizionario biografico degli italiani. Volume 26. Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma, 1982

Maurizio Marini, Caravaggio pictor praestantissimus. Newton Compton, Roma, 2014

Roberto Longhi, Caravaggio. Abscondita, Milano, 2013.

Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno. La figura dell’artista dall’antichità alla Rivoluzione francese. Einaudi, Torino, 1968

Un pensiero riguardo “Il primo Matteo, storia di un Caravaggio perduto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...