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San Pietro secondo Bramante: i progetti della nuova basilica

Il 18 aprile del 1506 papa Giulio II della Rovere, alla presenza dei dignitari pontifici e dell’architetto Donato Bramante, inaugurava i lavori della basilica di San Pietro, aprendo di fatto il cantiere che, nel corso di più di un secolo, ci avrebbe regalato dopo alterne vicende l’attuale edificio.
Un intervento edilizio si era reso necessario a causa del pessimo stato dell’antica basilica costantiniana, complesso che all’epoca di papa Giulio portava sulle spalle più di mille anni di storia e iniziava a mostrare non pochi segni di cedimento, come il piegamento delle colonne della navata e la continua caduta di calcinacci. A poco erano serviti gli interventi restaurativi che papa Niccolò V (1447-55) aveva commissionato all’architetto Bernardo Rossellino alla metà del Quattrocento, poiché sia il coro sia le fondamenta del nuovo transetto erano rimasti incompiuti in seguito alla morte del pontefice. A segnalare la precaria situazione di San Pietro nel XV secolo vi fu anche il celebre architetto Leon Battista Alberti, il quale ebbe a denunciare il pericoloso stato conservativo dell’edificio e la necessità di immediati restauri.
Ma le vicissitudini in cui la Chiesa si trovò nel corso dei decenni successivi impedirono a qualsiasi pontefice di dedicarsi alla vicenda della basilica, motivo per cui San Pietro continuò a versare in condizioni di precaria stasi. Fu soltanto all’alba del nuovo secolo, nel solco del programma di renovatio urbis promosso da papa Giulio II, che la questione della basilica tornò ad affacciarsi sulla scrivania papale. Nel suo magnifico programma di propaganda della Chiesa e della romanità, Giulio II elesse la basilica di San Pietro a suo luogo di sepoltura; il suo sepolcro avrebbe dovuto essere superiore a tutti gli altri, e la sua posizione sarebbe dovuta essere in asse con la tomba di san Pietro, in modo da sottolineare il rapporto di continuità e legittimazione tra il primo apostolo ed il pontefice regnante. Per fare ciò Giulio concepì di abbattere l’antica basilica e di riedificarne una secondo il nuovo stile all’antica, come comunicò in una lettera a re Enrico VIII d’Inghilterra ed ai prelati del regno nel gennaio 1506, nella quale egli dichiarava di voler “riedificare dalle fondamenta l’antica basilica del Principe degli apostoli Pietro quasi cadente e di ornarla e rinnovarla con cappelle ed altre necessarie fabbriche”1. Dal momento che i mezzi della Curia di Roma non erano sufficienti a mandare avanti il progetto, Giulio invitava gli ecclesiastici d’oltremanica a contribuire con una libera offerta. In realtà i piani del pontefice erano mutati repentinamente. Ancora nell’autunno del 1505 si parlava però di una “cappella Giulia”, ovvero una piccola costruzione funeraria da costruire a terminazione del coro quattrocentesco di Rossellino. A tal ragione il papa autorizzò, nell’ottobre dello stesso anno, il trasferimento della famiglia dell’architetto fiorentino Giuliano da Sangallo a Roma, forse con l’intento di servirsene per la progettazione della cappella. Secondo alcuni storici dell’arte all’inizio Giulio aveva pensato di condurre lavori di ristrutturazione e di puntellamento soltanto nei settori più danneggiati. D’altronde l’antica basilica di San Pietro era un luogo di profonda venerazione per i pellegrini dell’Occidente, mentre per i pontefici era un legame diretto e ininterrotto con Costantino, il primo imperatore cristiano e l’iniziatore delle fortune della Chiesa. A questo si deve aggiungere anche il fatto che la Constitutum Costantini, l’atto con in quale l’imperatore, trasferendosi a Costantinopoli, lasciava la città di Roma e la parte occidentale dell’impero in possesso del pontefice, era ancora accettata come autentica nonostante la confutazione filologica eseguita da Lorenzo Valla nel 1440. Dunque, la responsabilità di demolire un edificio così importante per la fede e la simbologia della Chiesa non era semplice da affrontare. Ma Giulio II era un uomo temerario ed impavido – non a caso soprannominato “il papa terribile” – e non ebbe difficoltà nel prendere una decisione che nessuno prima di lui aveva avuto il coraggio di prendere. Alle tendenze megalomani del papa si aggiunge anche una precisa ragione ideologica che, forse, fu tra i motivi che lo spinsero a scegliere per la ricostruzione: con la perdita della basilica di Santa Sofia, caduta in mani ottomane nel 1453 si offriva ora la possibilità di edificare a Roma la basilica più grande della Cristianità. Costruire un nuovo edificio, più grande di Santa Sofia ed ispirato direttamente all’architettura monumentale romana, significava mettere la parola fine sulla lunga questione del primato di Roma e della sua Chiesa.
Pertanto, già verso la fine dell’inverno del 1505 è possibile che si parlasse della nuova basilica, e che il pontefice avesse individuato in Donato Bramante uno dei possibili candidati all’esecuzione del progetto. Tuttavia non possediamo alcun documento relativo alla commissione, in quanto non sembra che Bramante abbia ricevuto un formale incarico di progettazione.
Giorgio Vasari e Ascanio Condivi, biografi di Michelangelo e degli artisti rinascimentali, lasciano intendere che l’idea della basilica fosse venuta in seguito alle riflessioni del pontefice riguardo l’aspetto e la collocazione della propria sepoltura, la cui realizzazione fu affidata proprio al Buonarroti. Secondo quanto riferiscono i biografi, alla fine la scelta del pontefice ricadde proprio sul progetto di Bramante, del quale parleremo a breve nella prossima sezione. Tuttavia, come fa notare lo storico dell’arte Wolfgang Lotz, sia Vasari che Condivi, essendo ammiratori e conoscenti di Michelangelo, imbastiscono il racconto in modo da far risaltare la figura del loro beniamino, quindi il loro racconto va sì ritenuto veritiero, ma con le giuste accorgenze. Nonostante ciò, e nonostante il fatto che la loro testimonianza sia sostanzialmente indiretta, la vicenda non ci è raccontata da alcuna altra fonte.

Pianta centrale o pianta longitudinale?

Il primo progetto noto eseguito da Bramante è la pianta denominata Uffizi A1, nota anche come “piano di pergamena”, sul retro del quale è scritta la frase: “Il progetto di S.cto Piero di mano di Bramante il che non ebbe effetto”. Questo progetto è stato a lungo considerato una metà di un progetto che, nella sua interezza, sarebbe dovuto essere completato in maniera speculare; ne sarebbe risultata una pianta centrale a quiconce (una grande cupola centrale e quattro negli angoli). In corrispondenza della cupola si sarebbe trovata la sepoltura di Pietro, mentre la sepoltura di Giulio II sarebbe stata posta nell’abside. Questo foglio appartenne a Giorgio Vasari, e l’annotazione posteriore sembra essere di mano di Antonio da Sangallo il Giovane, il quale iniziò a lavorare a San Pietro nel 1510, sotto Bramante, e divenne direttore della fabbrica alla morte di Raffaello, nel 1520. Questo è, inoltre, il solo disegno conosciuto ad essere ritenuto di mano di Bramante.

La pianta Uffizi A1 in una fotografia dell’agosto 2020, come appariva durante la mostra Raffaello 1520-1483
La versione completa della pianta Uffizi A1 se Bramante avesse progettato un edificio a pianta centrale

A quanto ricorda Egidio da Viterbo, teologo della corte di Giulio II e probabile ispiratore delle Storie della creazione nella cappella Sistina, questo primo progetto presentato da Bramante fu ritenuto inaccettabile e venne scartato, come riporta anche l’annotazione del Sangallo. Pare infatti che l’architetto avesse proposto di ruotare di novanta gradi l’orientamento dell’edificio e di porre il nuovo ingresso non più ad oriente, nella “platea Sancti Petri”, ma a sud. In questo modo i pellegrini diretti a San Pietro avrebbero visto frontalmente sia la facciata della nuova basilica sia l’obelisco vaticano, collocato lungo la navata esterna dell’antico edificio. La vista dell’obelisco, fatto portare a Roma da Cesare, e del nuovo tempio innalzato da Giulio II, che proprio al condottiero romano si era ispirato per il suo nome pontificale, avrebbe confermato l’idea di renovatio imperii promossa dal papa, nonché lo avrebbe identificato come un novello e legittimo successore degli imperatori romani. Se questo progetto poteva in qualche modo incontrare il favore del pontefice, vi fu una questione fondamentale che invece lo spinse a bocciarlo senza alcuna possibilità. Bramante infatti aveva previsto di spostare la tomba di Pietro in modo da farlo coincidere con il nuovo altare. A questo si aggiunge che la rotazione della basilica avrebbe lasciato scoperta gran parte dell’area sacra occupata dal vecchio edificio, cosa simbolicamente inaccettabile. E’ per queste due ragioni che Giulio II si espresse contro il primo progetto bramantesco. Chiese pertanto a Bramante di elaborare un nuovo progetto in cui si mantenesse la posizione originale della tomba di Pietro e questa fosse perfettamente in asse con la grande cupola dell’edificio, si occupasse tutta l’area dell’antica basilica e si conservasse il coro quattrocentesco di Rossellino.
A questo punto, forse per strappare a Bramante il favore papale, Giuliano da Sangallo redasse un progetto che teneva conto dei rilievi del papa, oggi identificato nella pianta nota come Uffizi UA 8.
Lo schema a quiconce proposto da Bramante viene conservato, ma il nuovo edificio provvede ad inglobare l’antica basilica ed a coprire tutto il suo perimetro. Probabilmente, colto nell’orgoglio dalla proposta del Sangallo, Bramante concepì un nuovo progetto, noto come Uffizi A20, una pianta che tiene conto delle piante dell’antica basilica, dell’abside di Rossellino e del progetto di Bramante; è stato dimostrato che in questo progetto l’architetto stesse studiando i piloni di sostegno della cupola, la cui struttura andrà progressivamente complicandosi in senso antiorario. Il pilone non presenta angolo verso il centro, ma a 45°, e doveva addirittura presentare una coppia di colonne libere, poi eliminate in luogo delle attuali paraste giganti. Dal momento che una faccia del pilone si apre verso la navata, è stato quindi ipotizzato che Bramante avesse scelto di mantenere la pianta longitudinale tipica dell’antica basilica così come richiesto dal pontefice Secondo questa ipotesi il piano di pergamena sarebbe uno studio specifico per l’area centralizzata della cupola, ma solo lo studio di un particolare, poiché la basilica avrebbe avuto una pianta longitudinale. Una pianta a croce latina avrebbe comportato anche numerosi vantaggi dal punto di vista liturgico, in quanto avrebbe offerto maggior spazio per le processioni e le altre funzioni religiose.

La pianta Uffizi A 20 in una foto dell’agosto 2020, come appariva durante la mostra Raffaello 1520-1483


Rudolf Wittkower era invece convinto che Bramante avesse concepito una basilica a pianta centrale, in cui l’architetto estese alla pianta cruciforme i valori simbolici della geometria centralizzata. La chiesa doveva essere coronata dalla cupola più grande mai elevata, che avrebbe rivaleggiato in competizione diretta con quella del Pantheon. Nel suo aspetto sarebbe dipesa, ma in proporzioni aumentate, dalla cupola del Tempietto di San Pietro in Montorio, edificato da Bramante a partire dal 1502. La serenità strutturale della pianta centrale e la perfezione del cerchio, secondo Wittkower, avrebbero espresso la perfezione divina e la tensione dell’uomo verso Dio.
In realtà è verosimile pensare che il progetto di Bramante non fosse ancora definito in tutti i suoi particolari anche quando, nel 1506, si iniziò la costruzione dell’edificio. A tal proposito è interessante ricordare una testimonianza letteraria risalente al 1516. Andrea Guarna (? – dopo il 1517), scrittore e umanista che visse a Roma negli anni di Bramante, ricorda nel dialogo Simia (Scimmia), pubblicato a Milano nel 1517 che ancora in quel momento non si conosceva il destino delle porte della nuova basilica. L’autore fa dire a San Pietro, personaggio del dialogo, che: “Ancora non si sa neppure dove debbano andare le porte della mia chiesa” e Demetrio, il protagonista, risponde: “E’ vero. Dicono infatti che Bramante, morendo, prescrisse che nessuna decisione fosse presa per le porte finchè egli stesso non risorgesse dal mondo dei morti; nel frattempo avrebbe pensato come meglio collocarle”2. Secondo Arnaldo Bruschi, che riporta questo scambio di battute, la testimonianza del Guarna è specchio proprio del fatto che, importando a Bramante ed al papa che si procedesse con il cantiere, probabilmente dopo la loro morte ancora non si era deciso quale pianta dovesse avere l’edificio. A tal riprova i progetti approntati dai successori di Bramante furono ora a pianta centrale, ora a pianta longitudinale, fin quando non fu scelto come definitivo quello proposto da Michelangelo Buonarroti nel 1547. Anche in quel caso, però, con il passare dei decenni l’esigenza di coprire interamente l’area sacra tornò a farsi sentire, e Carlo Maderno, ultimo architetto della Fabbrica, allungò il corpo della basilica fino a coprire interamente il perimetro dell’antico edificio.

La pianta Uffizi A 1 sovrapposta alle piante dell’antica basilica costantiniana e a quella della basilica con il coro di Rossellino

La fondazione

Affrontare in questa sede l’intera storia costruttiva della basilica di San Pietro non sarebbe possibile, sia per ragioni di spazio che di complessità. Voglio chiudere questo intervento ricollegandomi al nostro punto di partenza, la fondazione dell’edificio avvenuta il 18 aprile del 1506, sabato in albis.
In quella data fu gettata la prima pietra dell’edificio, in corrispondenza del pilone oggi noto come quello della Veronica. Per l’occasione l’incisore Vincenzo Foppa, detto il Caradosso, coniò una medaglia in dodici esemplari nella quale era rappresentato il fronte del nuovo edificio. Da essa è possibile ricostruire una struttura dai corti bracci absidati con cupole minori, ai lati dei quali si elevano le due torri campanarie. L’iscrizione della medaglia è chiara nel recitare: “Templi Petri instauracio”, ovvero “Restauro del tempio di Pietro”. Dal momento che il verbo latino instaurare era utilizzato per indicare il restauro, forse con la posa della prima pietra si voleva soltanto apportare alcune modifiche all’edificio, come suggeriscono le obiezioni di Giulio II, senza volerlo demolire completamente. Tuttavia la verità, compromessa dalla contraddittorietà dei documenti, è molto difficile da raggiungere.
Fin quando nuovi documenti non spunteranno a chiarificare la vicenda costruttiva, ci è ora impossibile stabilire se in quel giorno di aprile si avesse coscienza di voler ricostruire la basilica oppure un semplice restauro si sia poi trasformato, con l’avvicendarsi dei decenni, nella più grande chiesa della Cristianità.

La medaglia fusa dal Caradosso nel 1506

di Pasquale Di Nota

NOTE

(1) In Wolfang Lotz, Architettura in Italia 1500-1600, p. 17
(2) In Arnaldo Bruschi, Bramante, p. 254

Bibliografia

Arnaldo Bruschi, Bramante. Laterza, Roma-Bari, 1973
Giorgio Cricco e Francesco Paolo Di Teodoro, Itinerario nell’arte. Dal Gotico internazionale alla Controriforma. Zanichelli, Bologna, 2017
Massimo Polidoro, Segreti e tesori del Vaticano. Piemme, Milano, 2017
Peter Murray, L’architettura del Rinascimento italiano. Laterza, Roma-Bari, 1998
Rudolf Wittkower, Principi architettonici nell’età dell’Umanesimo. Einaudi, Torino, 1964
Stefano Borsi, Bramante. Giunti, Firenze, 2015
Wolfgang Lotz, Architettura in Italia 1500-1600. Rizzoli, Milano, 1997

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