#scultura · ARTE RINASCIMENTALE

Il Crocifisso di Casa Buonarroti

Durante gli ultimi anni della sua vita il grande Michelangelo Buonarroti vive nella sua casa romana di Macello de’Corvi, situata nella zona in cui oggi sorge piazza Venezia, affiancato dai collaboratori più stretti, come l’allievo Tibero Calcagni, e dalle ultime incombenze dei suoi committenti. Gli anni del tramonto del celebre artista corrispondono anche con quelli della direzione del cantiere di San Pietro, e della successiva opposizione di papa Paolo IV Carafa, uno dei detrattori più feroci che Michelangelo incontrò durante la sua lunga carriera. Ma oltre questa gravosa incombenza, la casa-studio dell’artista pullulava di un’attività laboriosa e segreta, incarnata dai disegni e dai bozzetti che Michelangelo non smise mai di realizzare, fino a pochi giorni prima della morte, tra cui spicca la celebre Pietà Rondanini, scultura forse ottenuta da uno dei blocchi avanzati dalla tomba di Giulio II. Michelangelo morì, quasi ottantanovenne, martedì 18 febbraio 1564; secondo la testimonianza di Daniele da Volterra egli lavorò alla Pietà Rondanini sino a domenica 16 febbraio.
Tuttavia non è di questa celeberrima opera che tratterò oggi, bensì dell’unica altra scultura appartenente alla senilità di Michelangelo, un piccolo crocifisso di tiglio lasciato in stato di abbozzo, e probabilmente lavorato proprio negli ultimi mesi di vita dell’artista. Prima di addentrarci nella sua storia, è però doveroso fare una piccola premessa riguardo l’ultima produzione michelangiolesca, legata quasi totalmente al tema della crocifissione, del compianto sul Cristo morto, della pietà. Essa si sviluppa, in larghissima parte, in disegni o abbozzi incompiuti, creati più per esprimere un sentimento personale piuttosto che per una qualche ragione esterna. Difatti non si tratta più di opere realizzate per conto di committenti o di amici, ma di bozzetti che Michelangelo disegna solo ed esclusivamente per se stesso, per poter esprimere sulla carta, attraverso la sua arte, ciò che il suo animo sentiva più nel profondo.
Secondo Rudolf Wittkower i temi di queste coincidono con alcuni sonetti dell’artista, in particolare con quelli scritti entro il 1560, nati da una riflessione religiosa di stampo spirituale, corrente alla quale Michelangelo aderì con passione insieme agli amici più intimi. La materia trattata dalle opere grafiche e da quelle poetiche coincide coerentemente, poiché in entrambi gli ambiti si ritrovano il sacrificio redentore di Cristo in croce, l’implorazione del perdono per i propri peccati, la consapevolezza della vanità del proprio talento artistico, l’attesa concitata della grazia divina e, infine, la prossimità ed il mistero della morte. Sembra che Michelangelo abbia realizzato questi bozzetti nell’esplicazione grafica delle sue riflessioni, quelle di un uomo profondamente segnato dalla vita che cerca nella sua fede un indizio della presenza divina. Rendersi totalmente a Cristo, con l’ardore dell’artista e la speranza del credente, è l’unico modo in cui Michelangelo sente di poter affrontare serenamente la più grande delle prove, seppure sia pervaso da un’inquietudine tutta umana. Le grandi conquiste dell’arte, la fama personale, il talento supremo, possono trovare un senso soltanto se il sacrificio di Cristo può portare l’artista alla grazia celeste.
E’ in questo contesto che bisogna considerare il Crocifisso di Casa Buonarroti, unica opera scultorea non in marmo realizzata da Michelangelo durante i suoi ultimi anni. A questo punto bisogna anche ricordare che la pratica della scultura ebbe sempre una condizione privilegiata nella vita dell’artista, anche durante la sua senilità; Michelangelo non smise mai di scolpire, nemmeno quando le sue mani si ricoprirono di rughe e la sua barba divenne bianca, ma anzi, fu sempre capace di dimostrare quel vigore e quel “divino furore” che l’avevano animato dalla sua giovinezza. Quello con la scultura fu un dialogo che l’artista mantenne sempre vivo quotidianamente, lavorando con gli attrezzi del mestiere sia sulla pietra che sul legno, come dimostra il Crocifisso di cui parleremo a breve.

Un’intima devozione

Michelangelo Buonarroti, “Cristo crocifisso”, 26,5cm, legno di tiglio | Realizzato tra il 1562-63 (?) | Casa Buonarroti, Firenze

Il piccolo Crocifisso, alto soli 26,5cm, è ricordato per la prima volta nell’inventario n.75 del 1859 di Casa Buonarroti. Successivamente fu incluso negli inventari del 1880, 1896, fino a quello attuale. La sua origine è stata rintracciata in due lettere (datate 1 e 2 agosto 1562) inviate da Lorenzio Mariottini e Cesare Bettini, due stretti collaboratori di Michelangelo, al nipote Lionardo Buonarroti, nelle quali i due sollecitavano il giovane a procurare allo zio gli strumenti necessari per intagliare il legno, “che vorebe fare uno crocifisso”1. Mariottini raccomandava che gli strumenti fossero di buona qualità, mentre Bettini spiegava che sarebbero stati utilizzati nella realizzazione di un “crocefiso di tiglio”. A quanto pare Lionardo ebbe qualche lieve ritardo, poiché il 14 agosto venne nuovamente invitato a fornire i materiali all’artista. La seconda lettera sembrò avere l’effetto sperato, ed il 5 settembre Mariottini ricevette a Roma “una scatola de li feri”2 così come l’aveva richiesta nelle lettere del mese precedente. Da questo momento supponiamo che Michelangelo si sia messo all’opera, ma non sappiamo né quando iniziò a sbozzare la figura né quale fosse il suo progetto.
Una successiva menzione del Crocifisso arriva quasi un anno dopo, in una lettera di Tibero Calcagni, assistente di Michelangelo, datata 17 luglio 1563, nella quale, ancora una volta rivolgendosi a Lionardo, lo avvisa che lo zio stava lavorando “al vostro Cristo de ligname”3. Questo fa capire chi fosse il destinatario della scultura, a patto che Calcagni abbia detto il vero – e non trovo ragioni per cui avrebbe dovuto sostenere il contrario. Dunque, il piccolo crocifisso che Michelangelo stava scolpendo era destinato al nipote Lionardo, suo parente prediletto ed erede designato.
Tuttavia la relazione tra queste testimonianze documentarie e la scultura di Casa Buonarroti non furono colte fino al secolo scorso, quando il grande critico michelangiolesco Charles De Tolnay (1964), mise per la prima volta in relazione tutti questi elementi identificando nell’opera conservata presso il museo fiorentino quella descritta dalle lettere cinquecentesche. Sempre il De Tolnay lo ha messo in relazione con i disegni tardi che raffigurano crocifissioni, presupponendo il bozzetto di Casa Buonarroti come una versione preparatoria per un’opera di dimensioni maggiori. Ma, prestando fede a Calcagni, ciò che Michelangelo stava scolpendo era destinato al nipote Lionardo, e quindi anche se la scultura custodita a Firenze fosse un bozzetto, la versione definitiva non sarebbe dovuta essere di dimensioni molto più grandi4. A far balenare questa ipotesi è la quantità e la qualità degli attrezzi richiesti, che Michelangelo specificò dovessero richiedersi esclusivamente ad artigiani fiorentini “del mestieri, cioè intalgliatore di fiure de legniame”6, segno di come l’artista si fidasse solo delle maestranze della sua città natale per riprendere in mano una tecnica, quella della scolpitura del legno, che aveva sperimentato solo una volta in vita sua, appena diciassettenne, quando realizzò il Crocifisso di Santo Spirito (1493), sempre in legno di tiglio. E’ curioso constatare come l’artista abbia lavorato il legno soltanto in due occasioni, all’inizio della sua carriera ed alla fine.
Nel mezzo, tutta la maestria e la divina sapienza nel lavorare il marmo.
La critica Cristina Acidici Luchinat ha fatto notare le caratteristiche salienti della scultura: l’assenza delle braccia, la mancata sovrapposizione dei piedi per accogliere il chiodo, l’allineamento delle gambe in tutta la loro lunghezza, la testa pesantemente reclinata sulla spalla. Tutte queste caratteristiche sono riscontrabili nei disegni dell’ultimo Michelangelo, in particolare quelli aventi per soggetto la crocifissione, anche se risulta ad oggi impossibile identificare in uno di questi un modello preciso per la scultura lignea. Lo status di abbozzo dell’opera ci permette, come la Pietà Rondanini, di osservare il modus operandi di Michelangelo sul legno, non molto diverso da quello impiegato con il marmo delle ultime sculture. Anche con un altro materiale l’artista si dimostra in continuo dialogo con le sue idee creative, scolpendo il legno spinto dal desiderio di intrappolare l’attimo in cui l’anima abbandona il corpo ed il sacrificio di Cristo si compie. Il momento supremo per la fede di ogni cristiano, quello che ha permesso la salvezza dell’umanità. Il rapporto con il materiale scultoreo, quindi, si fa problematico e interprete del messaggio spirituale che Michelangelo voleva creare. La drammaticità del momento è resa dai segni di sgorbie6 di varie misure, le quali scavano la figura con spessore e dimensioni differenti: l’intaglio è più largo e profondo per la testa e per le gambe rispetto al busto, mentre su quest’ultimo è meno spesso, più inteso a dare l’effetto di una morbida muscolatura, come nelle versioni grafiche dello stesso soggetto. L’andamento diagonale e orizzontale dei solchi ricorda alcune caratteristiche dei disegni degli ultimi anni Cinquanta conservati al Louvre ed alla Royal Library.

Alla luce delle nostre attuali conoscenze, è impossibile stabilire con certezza assoluta che il Crocifisso di Casa Buonarroti sia davvero quello che Michelangelo scolpì tra il 1562-63, ma il buon numero delle prove documentarie e lo stato della scultura sembrano suggerirci un’identificazione corretta, non priva però di alcuni punti che andranno ancora risolti e contestualizzati dalla critica che verrà. Qualora dovessero presentarsi nuovi documenti o ipotesi, noi saremo a vostra disposizione per discuterli insieme.

di Pasquale Di Nota

NOTE

(1), (2), (3), (5), Si tratta di citazioni tratte dai documenti originali, riportate da Alessandro Rovetta in Scheda 2.7, Cristo crocifisso in AA.VV., L’ultimo Michelangelo. Disegni e rime attorno alla Pietà Rondanini. Catalogo della mostra. Milano, Castello Sforzesco, Museo d’Arte Antica, 24 marzo-19 giugno 2011. Silvana Editoriale, Roma, 2011, pp. 132

(4) Secondo Filippo Tuena il Crocifisso non sarebbe altro che un bozzetto per un particolare di un gruppo scultoreo più grande, che avrebbe dovuto comprendere anche Maria e Giovanni. Questa tesi si basa sui disegni aventi lo stesso soggetto, spesso in compagnia dei due dolenti. Tuttavia non tutti dei bozzetti realizzati da Michelangelo raffigurano il Cristo crocifisso circondato dai due, ed in più nessuno di quelli pervenuti fino a noi è stato identificato come versione preliminare della scultura di Casa Buonarroti

(6) La sgorbia è un particolare scalpello che possiede la lama di farie foggie, composta da un manico di legno dove è innestata una lama in accaio

Bibliografia

Alessandro Rovetta, Scheda 2.7, Cristo crocifisso in AA.VV., L’ultimo Michelangelo. Disegni e rime attorno alla Pietà Rondanini. Catalogo della mostra. Milano, Castello Sforzesco, Museo d’Arte Antica, 24 marzo-19 giugno 2011. Silvana Editoriale, Milano, 2011
Antonio Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta. Laterza, Roma-Bari, 2005
Cristina Acidini, Michelangelo. Giunti, Firenze, 2016
Filippo Tuena, Michelangelo. Gli ultimi anni. Giunti, Firenze, 2006

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