ARTE BAROCCA

Il San Michele di Guido Reni

Nella chiesa di Santa Maria Immacolata a via Veneto, a Roma, si conserva nella prima cappella a destra un dipinto celeberrimo, che molte persone possono aver visto esposto nei luoghi più diversi pur senza conoscerne la paternità o la storia. Si tratta del San Michele arcangelo di Guido Reni, pittore bolognese che operò a Roma durante la prima metà del Seicento imponendosi come uno dei principali artisti della città e della nuova maniera barocca. Le motivazioni che spinsero alla realizzazione dell’opera sono ancora avvolte nel mistero, in quanto non esistono né un contratto di commissione né altri documenti che possano aiutare gli storici dell’arte a stabilire una genesi corretta. Tuttavia è stato ipotizzato, in particolare dallo storico ed esperto di Reni Stephen Pepper, che il dipinto sia stato commissionato dallo stesso committente della chiesa, Antonio Barberini, cardinale di Sant’Onofrio e fratello di papa Urbano VIII. Dal momento che l’edificio venne consacrato nel 1630 ed il dipinto apparve per la prima volta in una stampa del 1636, è stato supposto che Reni lo abbia realizzato proprio in questo lasso di tempo, probabilmente nel suo studio di Bologna, città in cui si era stabilito nuovamente dopo i successi romani, e sia stato successivamente spedito a Roma per essere istallato sull’altare. Particolare degno di nota è la scelta del supporto pittorico, l’ormesino di seta assai insolita nel panorama artistico di quegli anni; difatti Reni scelse questo pregiato tessuto di seta in modo da sovrapporre più facilmente le velature dei colori ad olio, in modo da rendere l’intera composizione vibrante e speldente al tempo stesso. Nell’impostazione compositiva della scena Reni sembra tener presente la grazia delle figure raffaellesche, ibridandola con uno spiccato gusto per la monumentalità e la scenicità spiccatamente barocchi, in modo da rendere il dipinto di forte impatto per l’osservatore. La scelta dell’iconografia è da ricondurre ad una visione di san Giovanni Evangelista inserita nell’Apocalisse (20, 1-3), nella quale si narra di “[…] un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano […che…] afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò […]”. Reni dipinge allora l’arcangelo nell’attò di scendere agli inferi armato come un soldato all’antica, le ali spiegate nell’atto di frenare la discesa ed un ampio e vaporoso mantello scarlatto che si piega per lo spostamento d’aria. San Michele è rappresentato come un giovane efebo dalla capigliatura bionda ed il volto glabro, i muscoli del torso possenti, ma addolciti dall’armatura e dal suo colore turchese, che mostrano dunque la sua potenza senza esasperare le masse corporee in una volumetria eccessivamente vigorosa, come ad esempio nella pittura di Michelangelo e dei suoi epigoni. L’angelo trattiene una spada sguainata nella mano destra, puntata con fare minaccioso verso la figura di Satana, mentre con la mano sinistra regge la catena con la quale catturerà il demonio. Quest’ultimo possiede un torso umano, con braccia nodose che si avvinghiano al terreno pur di non lasciarsi incatenare, ed un corpo che sfuma progressivamente nelle forme mostruose di un serpente alato, secondo la tipica iconografia delle figure demoniache. Per tenerlo a bada ed assicurarsi che non possa più nuocere, l’arcangelo punta sulla sua testa il piede sinistro, elegantemente ornato da un sandalo d’oro e turchese. Il paesaggio presenta le caratteristiche brulle e desolate del panorama infernale, con una grande crepa infuocata posta al di sotto del piano di appoggio delle figure.

“San Michele arcangelo” di Guido Reni | olio su seta, 1630-1636 c. | Chiesa di Santa Maria Immacolata in via Veneto, Roma | Fonte: Alamy

E’ chiara la volontà di Reni di rimandare non soltanto allo scontro biblico tra gli angeli ed i diavoli, quanto più allo scontro spirituale tra il Bene ed il Male, incarnati da due figure che non potrebbero essere più distanti, sia per composizione che per aspetto. Difatti l’angelo appare un bellissimo guerriero, quasi una divinità classica – tanto che alcuni lo paragonarono all’Apollo del Belvedere – mentre Satana è dipinto nudo e brutale, quasi che la sua malvagità si riflettesse direttamente sulle sue fattezze. Questa particolare concezione esistenziale ed artistica pare fu espressa dallo stesso Reni, il quale, secondo il racconto del biografo Giovanni Pietro Bellori, abbia detto: “Vorrei aver avuto pennello angelico, o forme di Paradiso per creare l’Arcangelo, o vederlo in Cielo; ma non ho potuto salir tant’alto, ed invano l’ho cercato in terra. Sicchè ho riguardato in quella forma, che sull’idea mi sono stabilita” (1). Altro elemento che ha contribuito alla fama dell’opera riguarda un curioso aneddoto che gira negli ambienti degli addetti ai lavori secondo il quale Reni, per rappresentare le fattezze di Satana, si fosse servito del volto di papa Innocenzo XI Pamphilij, colpevole di aver criticato la sua pittura. Tuttavia non vi sono prove documentarie a sostegno di questa ipotesi, anche se la somiglianza tra il viso del demonio e quello del pontefice è innegabile. La fama del dipinto raggiunse ben presto le orecchie di tutti i romani, e divenne un’ulteriore prova dello straordinario talento di Reni. La sua reputazione è ancora oggi tale che non è raro trovare riproduzioni del dipinto all’interno di istituzioni pubbliche, chiese, case private ed edicole stradali, a conferma di come l’iconografia stabilita da Reni sia ormai entrata nell’eredità socio-cultuale della nostra popolazione.

di Pasquale Di Nota

NOTE

(1) Il testo è in Andrea Emiliani, Guido Reni, p. 17

Bibliografia e sitografia

Andrea Emiliani, Guido Reni. Giunti, Firenze, 1988

San Michele Arcangelo, 1635 – Guido Reni (Bologna, 1575 – 1642) su www1.interno.gov.it/mininterno/

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