STORIA DELLA LETTERATURA

Ars scrivendi: il manoscritto Hamilton 90

Oggi lettura e scrittura sono due attività a portata di tutti.
Se per la prima basta aprire le pagine di un libro, e lasciarsi trasportare dalla parola, la seconda è ancora più rapida. Grazie alla rivoluzione tecnologica, infatti, basta aprire un’app di scrittura sul nostro PC o sul nostro smartphone e siamo subito pronti. Queste azioni, man mano che diventano parte delle nostre abitudini quotidiane, sono sempre più date per scontate, evitandoci i problemi un tempo collegati ad esse.
Bisogna però considerare che in passato queste attività erano molto più complesse.Richiedevano un grande lavorio mentale e fisico e, alle volte, potevano tramutarsi in delle vere e proprie imprese. Specialmente in periodi in cui i supporti scrittori erano molto rari, come nel caso del Medioevo, l’attività collegata alla composizione di un libro poteva richiedere anni. Riuscire a terminare un’opera, dopo un lungo lavoro di collazione di appunti e scarabocchi, non doveva essere un’impresa tanto semplice. Difatti, le opere che venivano completate, sopravvivevano in pochi, rarissimi, volumi. Questo nonostante interi monasteri si dedicassero al lungo lavoro di copiatura delle opere già finite.
Oggi, quindi, vi parleremo proprio di un manoscritto medievale, un codice conservato alla Staatsbibliothek di Berlino: il codice Hamilton 90, scritto autografo di Giovanni Boccaccio.
Il codice, un manoscritto membranaceo in folio, di dimensioni 370-72×263-70mm, fu probabilmente composto intorno al 1370, quando l’autore aveva quasi sessant’anni. Al suo interno Boccaccio trascrisse l’edizione “definitiva” del suo capolavoro, il Decameron, composto subito dopo l’epidemia di peste che colpì l’Europa tra il 1347-53.
L’Hamilton 90 ci è giunto incompleto, in quanto mutilo di tre fascicoli e della carta iniziale (1), ma contiene preziose informazioni sulle modalità di scrittura di Boccaccio; il codice, infatti, presenta annotazioni autografe e disegni, molti dei quali raffiguranti novellatori e protagonisti delle novelle.
Ma il suo aspetto più importante riguarda la resa grafica dell’impaginazione.
Il documento sembra infatti scritto per la “pubblicazione”, e risponde a precise strategie editoriali, molto attente alla scelta dei caratteri e delle dimensioni del testo, impaginato su due colonne come i testi medievali di tipo scientifico-universitario. Nel manoscritto è quindi possibile riconoscere cinque tipi di maiuscole che danno una precisa guida di lettura dell’intera opera. Una maiuscola decorata, vergata con il rosso o con il turchese, seguita da una lettera in nero, indica l’inizio di ogni giornata; allo stesso modo una maiuscola non decorata, seguita da una lettera semplice, indica che un nuovo novellatore ha preso la parola; infine  una maiuscola più piccola, ma dello stesso colore, seguita da una lettera nera indica l’inizio di una nuova novella. Stesso vale per il discorso diretto, a sua volta introdotto da un carattere maiuscolo (2).
L’intera struttura testuale è regolata da rapporti grafici, che orientano in lettore e gli permettono di riconoscere quale porzione del testo stia leggendo. Questo, in unione con le dimensioni del volume, che rientrano nel formato del libro “da banco”, fanno considerare come in realtà il Decameron dovrebbe interpretarsi come un’opera colta, scritta per la lettura su leggio, in modo da poter carpire le influenze letterarie e filosofiche insite nel testo. Simili dimensioni, infatti, presupponevano la lettura da parte di un pubblico di esperti intellettuali, capaci di comprendere l’architettura e i continui rimandi culturali presenti nel libro. Così facendo, forse, Boccaccio viene meno alle premesse enunciate nel proemio, dove sosteneva che il Decameron fosse un’opera consolatoria per le donne innamorate, impossibilitate a distrarsi come gli uomini, se non nella lettura. Tra l’altro, questa ipotesi viene rafforzata ancora di più dal contenuto di una lettera che Boccaccio scrive all’amico Mainardo Cavalcanti nel 1373. Egli, ragionando sulla sua opera, gli sconsiglia di farla leggere alle donne di casa, e aggiunge che lui stesso dovrebbe apprestarsi alla lettura quando non occupato da altre attività. Se Boccaccio avesse concepito il suo capolavoro come un’opera atta al semplice diletto, di certo non l’avrebbe ricopiata in un formato tanto grande, quanto più in più modeste dimensioni, atte alla lettura “tascabile”, senza il bisogno del leggio.
Il manoscritto berlinese, quindi, ci rivela implicitamente che il modo migliore per approcciarsi al testo boccacciano è quello colto, disposto alla comprensione della complessità compositiva e testuale. In caso contrario non si spiegherebbe come, a pochi anni dalla morte, Boccaccio abbia speso tanta fatica per ricopiare un’opera puramente dilettevole. Nelle pagine dell’Hamilton 90 infatti è possibile comprendere come, a più di vent’anni dal suo incipit, il Decameron fosse ancora un calderone di idee e perfezionamenti. Le continue correzioni e i cambi sintattici, scritti tra l’interlinea e a margine del testo, dimostrano come l’autore continuasse a lavorare sulla narrazione, anche quando l’opera poteva dirsi conclusa. E proprio la presenza delle riscritture autografe dimostra come l’importanza del Decameron, agli occhi del suo autore, fosse capitale.
Secondo il critico Vittore Branca, che curò la prima edizione moderna del Decameron basandosi proprio sulla lezione dell’Hamilton 90, in questa redazione definitiva “Boccaccio accetta molti dialettalismi, formule vernacolari. E poi aggiorna la narrazione, introduce avvenimenti e anche particolari sulla vita mercantile”(3), arrivando così a trasformare quasi radicalmente il libro, come può essere notato confrontandolo con il manoscritto Parigino italiano 482, conservato alla Biblioteca nazionale di Parigi, che consiste in una redazione precedente.
E’ proprio la diversità tra questi due manoscritti ad aver fatto dibattere i filologi, fin quando lo stesso Branca ne confermò l’autografia nel 1962.

In questo codice Boccaccio impiegò le sue ultime forze, lavorando per produrre una versione definitiva che rispecchiasse graficamente l’ordine mentale da lui attribuito alla sua opera. Fu, forse, l’ultimo testo sul quale si chinò, aiutato dalla debole luce di una vecchia candela di sego.
Un testo che, pur non essendo biografico, ci permette di capire alcuni aspetti della vita e del lavoro di Boccaccio, come un autore in dialogo con la sua creazione e con il proprio pubblico.
E l’unico modo attraverso cui noi – pubblico moderno – possiamo dialogare con lui è sfogliare le pagine del suo Decameron, e lasciarci trasportare in un mondo fatto di mercanti, imbroglioni, mogli fedifraghe, cortesia e spensieratezza.
Dialogando con un testo ricavato proprio dal codice Hamilton 90, di cui, anche se approssimativamente, abbiamo cercato di parlarvi.

di Pasquale Di Nota

NOTE

(1) Mancano, per la precisione, l’intestazione dell’opera, i sommari delle novelle, gran parte della VII giornata (1,16-9,32), la fine della IX giornata e quasi tutta la X (IX 10,12-X 8,50). Riferimenti in “Il codice Hamilton 90” su www.internetculturale.it
(2) Per quanto riguarda il sistema di maiuscole presenti nel manoscritto, ho fatto riferimento al testo di Teresa Nocita “Boccaccio, the Decameron and the Hamilton 90 Codex” consultabile su www.spolia.it
(3) La citazione si trova in “I due Decameron di Giovanni Boccaccio”, pubblicato su La Repubblica il 10 gennaio 1998 e consultabile su www.repubblica.it

Bibliografia e referenze multimediali

Giancarlo Alfano, Paola Italia, Emilio Russo, Franco Tomasi, Letteratura italiana. Dalle Origini a metà Cinquecento. Mondadori università, Milano, 2018
I due Decameron di Giovanni Boccaccio”, pubblicato su La Repubblica il 10 gennaio 1998
Il codice Hamilton 90” su www.internetculturale.it
Teresa Nocita, “Boccaccio, the Decameron and the Hamilton 90 Codex” su www.spolia.it

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